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Aree Agroambientali - Bosco di Santa Lucia
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Aree Agroambientali - Bosco di Santa Lucia

Storia e struttura

Il Bosco di Santa Lucia costituisce, con i suoi 30 ettari, un importante riferimento ambientale, paesaggistico e di fruizione didattico-ricreativa per il territorio di Sant’Agata Bolognese.

È stato realizzato negli anni 1998 e 1999 con la messa a dimora di circa 25.000 piantine di specie arboree e arbustive. Spiccano in altezza le essenze più pregiate quali Farnia, Frassino, Ciliegio, Noce e Pioppo bianco, a cui si alternano altre specie che accrescono la varietà del bosco come Acero campestre, Bagolaro, Carpino bianco, Sorbo domestico, Siliquastro, Tiglio, Olmo, Ontano, in molteplici combinazioni, dando un valore didattico dimostrativo al Bosco e diventando un interessante “laboratorio” per le scuole di differente livello e specializzazione.

L’alternarsi di ampie cavedagne in direzione nord-sud ed est-ovest garantisce la percorribilità dell’area e la tutela dagli incendi, creando interruzioni all’eventuale avanzare del fuoco. La presenza di filari di Gelso, Farnia, Pioppo cipressino valorizza il perimetro dell’area e la viabilità, sottolineandone l’andamento ortogonale tipico dell’antica centuriazione esistente nel territorio di Sant’Agata Bolognese. Il ristagno dell’acqua che si verifica nei terreni argillosi nel periodo piovoso è dannoso per la vita degli alberi e pertanto essa viene allontanata velocemente mediante il reticolo di fossi e scoline. La carenza dell’acqua nel periodo siccitoso dell’estate determina stress nelle piante: il suo mantenimento nelle scoline mediante manufatti che ne impediscono il deflusso consente l’innalzamento della falda sotterranea, favorendone il raggiungimento da parte dell’apparato radicale degli alberi, e nel contempo assicura la vita a una ricca fauna minore, in particolare anfibi. Prati e zone umide migliorano e diversificano l’ambiente a favore della fauna e flora selvatica.

Nella realizzazione si è dovuto tener conto delle caratteristiche ambientali e adottare appropriate tecniche colturali.

I suoli si sono formati in depositi fluviali fini (argille e limi di decantazione) con contenuto di  argilla che arriva fino al 50-60%. Con il caldo estivo l’argilla si contrae asciugandosi e formando crepacciature. Nelle stagioni piovose l’argilla, imbibita d’acqua, aumenta di volume, determinando problemi di ristagno idrico. Questi fenomeni, associati all’elevato contenuto di carbonati, limitano le possibilità di sviluppo di numerose specie arboree e richiedono particolare cura nella scelta delle specie forestali, nelle sistemazioni idraulicoagrarie e nell’esecuzione delle pratiche colturali. Prima della piantagione viene migliorata la rete scolante e lavorato il terreno con ripuntatura e aratura al fine di favorire l’approfondimento delle radici. Quindi si procede alla messa a dimora di piantine a radice nuda o in fitocella di 1 o 2 anni di età, con distanze di 3 x 3 m.

Le cure colturali per i primi 5-7 anni consistono in lavorazioni del terreno per l’eliminazione delle erbe infestanti e il mantenimento di una buona struttura del suolo (fresatura meccanica e zappettature manuali) e potature di allevamento e di produzione delle specie “pregiate”. Dall’8° anno si esegue la pulizia delle fasce perimetrali per finalità anti-incendio e paesaggistiche e il mantenimento della rete scolante e delle capezzagne.

Dal 15° anno viene realizzato il diradamento - ossia la riduzione del numero delle piante esistenti - dove si verifica uno sviluppo degli alberi tale da entrare reciprocamente in competizione. Farnia, Cilegio, Noce e Pioppo bianco nei primi anni hanno subito attacchi da parte di insetti (Grillus, Caliroa, Lachnaea, Ifantria americana, ecc.) e funghi che ne hanno rallentato lo sviluppo. La lotta è stata effettuata esclusivamente con accorgimenti colturali (per esempio eliminando le larve dei parassiti con il taglio dei germogli attaccati e lavorando il terreno nel momento opportuno al fine di contenere la prolificazione di insetti dannosi). Il miglioramento della qualità ambientale grazie all’accresciuta biodiversità ha contribuito alla diffusione di insetti utili che mantengono limitate le popolazioni dei parassiti.

 

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